EUTANASIA

CHE VUOL DIRE “EUTANASIA”?

La parola viene dal greco e significa “buona morte”. In realtà, al di fuori della prospettiva cristiana (nella quale la morte può anche essere chiamata “dies natalis”, giorno del parto, cioè il doloroso parto che fa passare dal limitato mondo della realtà fisica allo straordinario mondo dove si vede il volto di Dio e si è accolti dall’abbraccio del Padre) la morte non è mai “buona”. Anzi è il segno più drammatico e doloroso della condizione umana. Perciò nella prospettiva libertaria e radicaleggiante di quanti domandano la legalizzazione dell’eutanasia la parola fa parte del vocabolario dell’antilingua. Essa vorrebbe gabellare per cosa buona l’omicidio, così come la sigla Ivg vuol far dimenticare lo smembramento di un bambino e l’espressione “clonazione terapeutica” vuol far credere che sia un procedimento terapeutico l’uccisione di molti embrioni generati in provetta.

Bisogna poi considerare che la parola eutanasia è stata storicamente usata per indicare anche l’uccisione dei bambini deformi, dei malati mentali, degli anziani come tali. In senso più ristretto che è poi quello a cui fanno riferimento le leggi e le proposte di leggi permissive, per eutanasia può intendersi “l’uccisione indolore, direttamente voluta e medicalmente attuata in malati ritenuti destinati a una vita irrecuperabilmente inutile e sofferente”.

COME FARE A DECIDERE QUANDO BISOGNA INSISTERE NELLA CURA SENZA CADERE NELL’ACCANIMENTO TERAPEUTICO E QUANDO BISOGNA ARRENDERSI ALLA MORTE INCOMBENTE SENZA CADERE NELL’EUTANASIA?

I moralisti distinguono tra mezzi ordinari e straordinari, o forse più precisamente, tra mezzi proporzionati e mezzi sproporzionati: doverosi i primi, non obbligativi i secondi. In pratica è difficile un giudizio di proporzionalità, ma proprio per questo è impossibile definire per legge in modo tassativo quando cessa il dovere di cura e quando, dunque, la cessazione della terapia non è fonte di responsabilità. L’esperienza e la coscienza del medico può nel concreto fare la giusta valutazione. Certamente può soccorrere la distinzione tra mezzi ordinari e mezzi straordinari. Ad esempio dare l’alimentazione e fornire l’ossigenazione ai polmoni, operazioni semplici, che corrispondono alle più elementari funzioni del vivere (il mangiare ed il respirare) non costituiscono mezzi straordinari né ulteriormente debilitanti e pertanto non sembra che sia mai lecito sospendere.

Quel che importa è il principio. Il rifiuto dell’accanimento terapeutico appare tanto più giustificato se proviamo ad immaginare che un medico sadico in odio al suo paziente usi ogni risorsa della scienza per far soffrire il più possibile e, a questo solo scopo, riesca a prolungare l’agonia del malato. Non v’è dubbio che tale comportamento sarebbe condannabile nonostante una qualche continuazione della vita. Ciò dimostra che vi possono essere casi in cui l’impegno medico non ha significato terapeutico e che il prolungamento della vita, quando ormai è certamente giunta al confine con la morte, non può essere perseguito “ad ogni costo”.

MA SE UNO VUOLE MORIRE, PERCHE’ PROIBIRGLIELO? NON SI DEVE RISPETTARE LA LIBERTA’ DEGLI ALTRI

Per rispondere in modo efficace si può portare qualche esempio. Supponiamo che un giovane sano, di mente e di corpo (che, dunque, si trova nelle condizioni migliori per esercitare la libertà si butti in un fiume per ammazzarsi e che altra persona coraggiosamente si butti nelle acque e lo salvi portandolo a riva. Possiamo dire che il salvatore ha violato la libertà altrui? Se così fosse egli andrebbe punito per il delitto di violenza privata, se non, addirittura, per sequestro di persona è invece, probabilmente, l’amministrazione civica di una medaglia di riconoscimento e di lode a quel salvatore.

Ciò dimostra che non può essere la libertà il valore che giustifica l’eutanasia.
Proviamo allora a ragionare più in profondità.
Perché uccidersi o farsi uccidere non è un atto di libertà? Perché la libertà non può negare se stessa Anche a questo proposito può servire un altro esempio. Se qualcuno, ridotto alla estrema povertà, decidesse di vendere la sua libertà, cioè di rendersi schiavo di un’altra persona, il contratto sarebbe valido? Certamente no, perché non è conforme alla dignità umana privarsi totalmente della libertà. Ma anche la morte toglie ogni libertà. La vita, infatti, è il necessario presupposto della libertà.

Inoltre è difficile dire che il malato in preda a gravi sofferenze sia libero. Certamente egli è meno libero del giovane sano che si butta nel fiume. Non si è liberi sotto tortura. Anche dal punto di vista giuridico vi sono delle condizioni della liberto. Essa ha bisogno di consapevolezza e di assenza di costrizione. Per questo è prevista la invalidità degli atti di disposizione giuridica, dal matrimonio a qualsiasi contratto, quando il consenso risulta viziato da errore o violenza. In sede penale la illiceità di certi fatti altrimenti criminosi è eliminata se vi è il consenso dell’avente diritto, ma è necessario che costui possa “validamente disporne”. Il consenso non è valido non solo se il diritto è indisponibile, ma anche se è frutto di costrizione. Nel caso del malato in preda a gravi sofferenze e quando mai dubbio che il suo consenso possa ritenersi libero. La situazione di piena consapevolezza sembra rarissima. Nello stato agonico o preagonico la coscienza è di regola obnubilata ed è perciò difficile immaginare un malato “pienamente cosciente”, a meno che non si voglia estendere molto il concetto di malato terminale con intuibili pericolosissime conseguenze. Il caso più frequente in cui si pone il problema dell’eutanasia è quello del malato in coma che, per definizione, non è in grado neppure di manifestare alcun desiderio.

Bisogna poi chiedersi che cosa significhi realmente una invocazione della morte. Spesso essa è una protesta contro la solitudine. L’abbandono, la mancanza di attenzione dei familiari. Non solo le cure fisiche, ma anche una costante vicinanza psicologica, una mano tenuta nella mano possono fare abbandonare la domanda di eutanasia.

NON VI PARE CHE GLI ARGOMENTI CONTRO L’EUTANASIA SIANO SOLO CRISTIANI? PERCHE’ IMPORRE UNA VISIONE RELIGIOSA A CHI NON E’ CREDENTE?
Dire di no agli atti che uccidono non significa affatto imporre qualcosa a qualcuno. Abbiamo già dimostrato rispondendo alla domanda n. 5 che l’eutanasia non si può giustificare in nome della libertà (di vivere o di morire). Non abbiamo usato argomenti religiosi, ma di sola ragione. Ora proviamo ad indicare altri argomenti esclusivamente “laici”

Il più importante è quello che nasce dalla riflessione sui “passi successivi” che costituiscono un pericolo minaccioso quando essi non sono qualche cosa di “essenzialmente nuovo”, di radicalmente diverso, perché le scelte future appaiono già comprese nel passo precedente. “Se diventasse lecito uccidere per pietà i malati gravissimi, prossimi alla morte, i passi successivi potrebbero diventare, per così dire automatici, proprio perché non sostanzialmente nuovi e diversi: dalla depenalizzazione dell’uccisione dei malati incurabili non terminali, alla depenalizzazione dell’uccisione per pietà dei malati di mente, dei deformi, dei vecchi e via discorrendo” Stella), facile l’allargamento della breccia aperta nel principio della intangibilità della vita umana.

Che cosa significa “terminale”? Il tempo è una nozione relativa. Che cosa significa sofferenza? Quella psichica è forse meno importante di quella fisica? Il carico di sofferenza nasce dalla prospettiva di una lunga e dolorosa malattia è forse inferiore a quello di una agonia di poche ore? Se la prospettiva della morte imminente fa sentire al malato ormai inutile la vita che gli resta, che dire dell’handicappato grave che si sente un peso per la famiglia e la società?
Da più parti si osserva poi che l’introduzione del principio della eutanasia snaturerebbe la professione medica; renderebbe meno determinato l’impegno per le cure palliative; dà per certe prognosi che talora possono essere erronee, e che diverrebbero irrimediabili; almeno in qualche caso metterebbe il medico e i familiari in condizione di orientare il malato, che da essi è psicologicamente dipendente, a chiedere la fine della vita; introdurrebbe, almeno in certi casi, il sospetto che un clima favorevole all’eutanasia possa essere creato non per far cessare le sofferenze, ma per altre ragioni, magari nobili (come l’esecuzione di un trapianto) o meno nobili, come anticipare una successione ereditaria (si sa bene quanta importanza abbia nel diritto la premorienza di una persona rispetto ad un’altra) o liberarsi della tensione psicologica e dalla sofferenza determinate dalla presenza di un morente che si deve accudire. Questo ultimo non è argomento da poco, anche perché il desiderio di liberarsi di una persona scomoda può essere incosciente, nascosto nelle strutture profonde dell’essere e tuttavia manifestarsi in comportamenti conseguenti.

Anche il rischio di una accelerazione della morte, o addirittura di prognosi infauste affrettate, al fine di poter disporre di organi da trapiantare non è teorico. Il settimanale der Spiegel; nell’agosto 1991, ha fatto gravi rivelazioni sul sistematici abusi che nella Germani dell’Est sarebbero stati compiuti in uno dei più importanti ospedali berlinesi controllato dalla polizia Stasi: al fine di procurare valuta o per soddisfare pazienti eccellenti, non si sarebbe esitato ad uccidere vittime di emorragie cerebrali e di gravi infortuni. Naturalmente non sappiamo se tali rivelazioni corrispondono a verità.
Ma è certo che la tentazione di affrettare la morte svolgendo pressione sul paziente perché la chieda è gravissimo. Il malato è psicologicamente nelle mani del medico e dei parenti. Solo affermare che la vita umana è una “frontiera intransitabile” costituisce l’unica, indispensabile garanzia contro l’abuso e la prevaricazione.

EUTANASIAultima modifica: 2008-06-21T16:05:00+02:00da gg474
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